I vini della Georgia a Roma…originali e unici


Di Saula Giusto

Ringrazio Marco Cum e l’organizzazione di Riserva Grande per avermi permesso di fare un passo in più nella conoscenza dell’universo dei vini della Georgia, prodotti ancestrali, per noi occidentali ancora misteriosi, eppure tornati tanto in auge, di recente, poichè nati da fermentazioni spontanee, vinificazioni in anfore interrate e, per lo più, prodotti in modo naturale. Tutte caratteristiche che oggi possiedono un grande appeal per un popolo di consumatori sempre più curiosi, appassionati, giovani.

Tutti i vini in degustazione

I vini della Georgia a Roma…originali e unici

Ho vissuto con qualche difficoltà l’approccio a questo articolo, poichè ho il difetto di scrivere tanto, troppo, seppure cercando sempre di ‘riassumermi’ il più possibile. Ma come fare a raccontare in poche righe una storia vitivinicola così millenaria, che ha origine più di 8.000 anni fa, in un’epoca in cui noi ominidi transitavamo, nelle nostre forme di civiltà primitive, dal Mesolitico al Neolitico, ancora in piena età della pietra?

A ciò si aggiunga che con l’evento ‘I Vini della Georgia a Roma’, Riserva Grande ha regalato ai nostri sensi un’esperienza unica di ben 16 vini, di cui ho preso appunti, che non posso non descrivere. Insomma, come dicono i nostri nonni, alla fine è la somma che fa il totale! Chiedo quindi venia e tanta pazienza nella lettura.

Ci sono ancora oggi diatribe su quale sia il luogo in cui ebbe origine il vino, ma è fuor di dubbio che la Georgia è una delle più antiche regioni vinicole del mondo. Le valli fertili del Caucaso meridionale hanno favorito il nascere delle prime coltivazioni agricole, compresa quella dell’uva, probabilmente circa 10.000 anni fa. Fino a qualche anno fa le ricerche archeologiche avevano fissato la produzione vera e propria di vino a circa 6.000 anni fa, ma alcuni reperti ritrovati di recente in Georgia, presso i siti di Shulaveris Gora e Gadachrili Gora, fissano a ben 8000 anni fa le prime tracce di vinificazione. Un primato mondiale non ancora superato da altri luoghi al mondo, nell’affascinante storia della nascita del vino.

Grazie proprio a tale produzione millenaria e al ruolo chiave economico giocato, la storia dell’identità del popolo georgiano si intreccia indissolubilmente con le tradizioni del suo vino.

Nel 2013 l’Unesco ha indicato l’antico metodo di vinificazione georgiano tradizionale quale Patrimonio Immateriale dell’Umanità, data la sua tipicità e il suo strettissimo legame con la cultura contadina georgiana

Il metodo a cui si riferisce l’Unesco è imprescindibilmente legato ai ‘qvevri’: tradizionali otri (anfore) di forma ovoidale di terrcotta interrati, realizzati in diverse misure (da 100 fino a 4.000 litri) e creati, sin dalla notte dei tempi, per durare a lungo (ne sono un valido esempio, appunto, i resti di anfore datate 8.000 anni scoperte nel 2013).

Qvevri interrate

I qvevri di terracotta non sono smaltati (vengono ricoperti all’interno da un sottile strato di cera d’api per limitare l’evaporazione e l’eccessiva ossigenazione), vengono avvolti con uno strato di calce all’esterno e sono perlopiù interrati in ambienti coperti, anche se non è escluso l’interramento all’aperto. Tale interramento garantisce il mantenimento della temperatura in fase di fermentazione, maturazione e affinamento.

Esistono differenti metodi di vinificazione utilizzati a seconda delle zone di produzione:

Il metodo “kakheto” (Georgia orientale), prevede l’utilizzo nel mosto del 100% delle vinacce (‘chacha’ in georgiano) insieme a bucce, vinaccioli e raspi.

Il metodo “imereti”, (Georgia occidentale), prevede l’utilizzo solo di un 10% di bucce e vinaccioli nel mosto, senza raspi.

Il metodo “Kartli”, utilizzato nell’omonima zona, prevede l’impiego di bucce, vinaccioli e raspi per circa il 30%.

Per tutti i metodi, dopo una soffice pigiatura il mosto viene messo nei qvevri e la fermentazione alcolica inizia spontaneamente, grazie a lieviti indigeni, senza controllo di temperatura. Dura per circa dieci giorni a qvevri aperto, per liberare l’anidride carbonica e poter spingere sul fondo il cappello di vinacce. Completata la fermentazione, anche malolattica, il qvevri viene chiuso ermeticamente con argilla o cera e coperto di uno strato di sabbia. L’affinamento prosegue nel qvevri per almeno 3 mesi: generalmente il vino rimane in anfora per un totale di al massimo 6 mesi, alcuni produttori infatti consigliano di non lasciare in anfora i vini durante l’estate, limite per alcuni, frontiera da sperimentare per altri. Successivamente a questa iniziale fase, alcuni produttori scelgono di affinare e maturare il vino per un periodo ulteriore, travasando senza fecce un altro qvevri pulito a decantare per un paio di mesi, dopo cui travasano in un’altra anfora per un’ulteriore maturazione di 2 o 3 anni o, più di rado, anche per oltre.

Colpisce la vastità del patrimonio ampelografico georgiano, che presenta oltre 500 vitigni autoctoni, con vitigni internazionali praticamente assenti. Si produce per circa 75% uve a bacca bianca e per circa un 25% a bacca rossa. Le uve principalmente coltivate a bacca bianca sono rkatsiteli, tsiska, tsolikouri, krakhuna, mtsvane kakhuri e mtsvane khikhvi; a bacca rossa saperavi, vanis chkhaveri, otskhanuri sapere e dzelshavi.

Le regioni di maggiore produzione di vino georgiano sono Kakheti (area di maggior produzione), Kartli, Imereti, Racha-Lechkhumi, Kvemo Svaneti e l’Abkhazia.

La superficie vitata è di 40 mila ettari e delle tipologie di vino maggiormente prodotte e note, tra i rossi si annovera il Mukuzani (da uve saperavi del Kakheti) e tra i bianchi lo Tsinandali (da uve rkatsiteli e mtsvane della regione del Kakheti).

Vigneti della Georgia

Fondamentale il rapporto di questo popolo con il suo vino: praticamente ogni famiglia produce il proprio, specie in campagna e non manca mai sulle tavole georgiane in ogni occasione, quotidiana o festiva. Il brindisi nei banchetti (i supra) è un vero rituale con regole profondamente radicate nella tradizione e cultura georgiana più antica: lo pronuncia il Tamada (maestro di brindisi e capo della tavola) e tutti vi partecipano con grande emozione.

Perdura anche la tradizione millenaria di riempire di vino un qvevri alla nascita di un figlio e di aprirlo solo il giorno del suo matrimonio!

Il 25 e 26 settembre Riserva Grande, con la collaborazione di Tamar Tchitchiboshvili – responsabile della distribuzione di vini georgiani in Italia, di 8millennium e con il patrocinio della Ambasciata della Georgia in Roma, alla presenza di, del Primo Consigliere dell’Ambasciata di Georgia a Roma Sofia Kartsivadze e dell’Ambasciatore Konstantine Surguladze, ha presentato i vini di questa affascinante nazione, con una delle degustazioni più ampie, complete e, direi, ‘esaustive’ mai presentate a Roma. La conduzione di Marco Cum e la moderazione di Andrea Petrini hanno regalato la giusta integrazione a questa interessante esperienza, visto l’evidente interesse e passione che li ha portati ad approfondire questi vini così particolari.

Davide Martelli, Tamar Tchitchiboshvili, Marco Cum, l’Ambasciatore Konstantine Surguladze e il Primo Consigliere dell’Ambasciata di Georgia a Roma Sofia Kartsivadze
Andrea Petrini

L’evento è stato un grande successo, nonostante le tante nubi nere aleggianti in quel momento: metaforiche data l’emergenza Covid in corso, ma anche reali data la quantità di pioggia incessante che ha colpito Roma in quei giorni!

Perchè il vino georgiano attira e ‘tira’: attira folle sempre più crescenti di appassionati e curiosi, ma ‘tira’ anche nei mercati internazionale e nazionale, visto il boom dell’export che tali vini stanno vivendo negli ultimi anni.

Un successo anche determinato dalla qualità crescente di questi vini negll’ultimo decennio. Questa produzione millenaria, acclamata da poeti e cantori del mondo antico (si decantavano i vini della Colchide, oggi parte dell’Imerezia), la cui fama aveva attraversato intatta i secoli, in realtà subì un crollo qualitativo progressivo e inesorabile quando, già parte dell’impero russo dal 1801, nel 1922 divenne una repubblica dell’Unione Sovietica; fino alla proclamazione d’indipendenza del 1991.

Il regime sovietico modificò sostanzialmente la produzione del paese, creando il rischio di far scomparire il metodo ancestrale e l’uso del qvevri, poichè la Georgia diventò, di fatto, il serbatoio di vino della Russia. Vennero creati grandi stabilimenti per vinificazioni intensive, gestite all’europea, in grandi serbatoi d’acciaio. Veniva spesso aggiunta acqua e zucchero al mosto, per andare incontro al gusto dei russi, che predilegevano i vini dolci, tipologia inesistente prima in Georgia (ancora oggi sopravvive un vino semi-dolce che soddisfa il mercato russo). Dopo l’indipendenza dall’Urss del 1991, di fatto la Georgia rimase soggetta all’egemonia economica della grande madre Russia, mantenendo quella produzione intensiva e di scarsa qualità che ne contraddistinse a lungo i vini.

Solo i fatti dolorosi nella storia successiva di questo paese, ebbero curiosamente il pregio di modificare la prevalente scarsa qualità dei vini georgiani. Le dispute territoriali con le regioni interne dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud portarono ad una guerra civile, con l’appoggio anche militare russo alle regioni ‘secessioniste’ e deteriorarono, progressivamente e per sempre, i rapporti tra Georgia e Russia.

Ne fu conseguenza diretta l’embargo imposto dalla Russia nel 2006, che portò modifiche determinanti nel mercato vitivinicolo del paese, dato che fino ad allora la grande quantità di vino di scarsa qualità prodotto veniva maggiormente assorbita dal mercato russo.

Inizialmente fu una situazione di drammatica contrazione economica per il settore e molti produttori si trovarono in grandi difficoltà, mentre parecchie grandi compagnie nazionali perfino chiusero, poichè accusate di esportare in Russia vini prodotti con pesticidi, adulterati e tossici. Il risvolto positivo fu che i produttori georgiani, dovendosi confrontare con il mercato mondiale, più esigente e raffinato rispetto al mercato russo, dovettero iniziare a produrre di nuovo in termini di qualità, per non soccombere.

Il risultato fu la crescente qualità dei vini e il corrispondente interesse dei mercati internazionali, soprattutto nei confronti di vini prodotti con il metodo tradizionale nei qvevri; nonchè la presenza crescente di molti investitori stranieri interessati all’acquisto di vigneti.

Tamar Tchitchiboshvili

La degustazione di ben 16 vini dell’evento di Riserva Grande mi ha fatto ben rendere conto della qualità odierna dei vini della Georgia.

Si deve sempre premettere che sono vini totalmente diversi rispetto a ciò che noi occidentali abbiamo mai visto, odorato, assaggiato. Perfino leggere le etichette, i vitigni, i nomi dei produttori ci mettono in crisi!

Dal color ambra dei bianchi, le cui note olfattive di frutta secca, candita, miele, che ci convincono sia un passito; o di cipria, blush, smalto, confetti, rossetto, che ci sconvolgono, non collimano minimamente con una beva impegnativa, piuttosto tannica, fresca, di grande struttura. Anche i rossi, dal colore nero inchiostro impenetrabile, al naso così intensi, esageratamente fruttati, spesso vinosi, più semplici e meno interessanti dei bianchi, ma sempre scalpitanti in bocca, ci lasciano perplessi. Sono sempre vini che ci spiazzano, sorprendono e che ci lasciano forte la voglia addosso di conoscerli meglio.

Ecco i miei appunti di degustazione.

Chinuri Qvevri 2019 – Napheri

Uve 100% Chinuri (della regione del Kartli). Prodotto in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 4 mesi. Affinato in qvevri per altri 8 mesi.

Giallo ambra, abbastanza consistente. Naso fruttato di albicocca matura e secca, ananas sciroppato, poi miele millefiori, acqua di fiori d’arancio, curcuma. Al palato fresco, leggermente tannico, sapido, non lunghissimo, ma molto rispondente, grazie al frutto che rimane netto anche al palato.

Goruli Mitzvane Qvevri 2019 – Napheri

Uve 100% Goruli Mtsvane (della regione di Kartli). Prodotto in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affina in qvevri per circa altri 6 mesi.

Giallo dorato scuro, consistente. Al naso subito frutta secca, uva passa, fieno, fiori secchi, frutta sotto spirito e pesche sciroppate…in una progressione ‘inverita’ rispetto alla norma! Al palato fresco, sapido, leggermente tannico, lungo e rispondente in un finale che sa di frutta e fiori secchi.

Rkatsiteli 2017 – 8Millennium

Uve 100% Rkatsiteli. Fermentazione alcolica spontanea in qvevri, seguita da 6/7 mesi in anfora senza travasi; separazione dalle fecce e affinamento ulteriore in qvevri per altri 12/14 mesi.

Giallo ambra, consistente. Naso dolce, intrigante: albicocca secca, uva passa, miele d’acacia, scorza d’arancia candita, lieve zafferano, nota iodata finale. Altrettanto intrigante al palato, dove la scorza d’arancia e un’idea di zafferano rimangono impresse, persistenti, immerse in tanta freschezza, sapidità e una buona presenza tannica.

Rkatsiteli 2019 – Abdushelishvili

Uve 100% Rkatsiteli (della regione di Kakheti). Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affinato in qvevri per altri 10 mesi.

Giallo ambra, consistente. Naso di nuovo dolce, suadente, che ricorda un vendemmia tardiva: subito tanto miele, gelsomino, scorza d’arancia candita, caramello, caramelle agli agrumi, di nuovo una punta di zafferano. Sempre fresco e sapido, più elegante in bocca, raffinato, grazie alla nota floreale ben netta e al tannino sempre ben presente, ma più mite.

Rkatsiteli 2018 – Abdushelishvili

Uve 100% Rkatsiteli (della regione di Kakheti). Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affinato in qvevri per altri 18 mesi.

Giallo ambra, consistente. Naso differente dal precedente, che vira subito verso note di frutta sciroppata tropicale, miele e caramello più scuri, il primo di castagno, il secondo più cotto; poi arrivano le spezie: curcuma, sandalo,infine le note balsamiche. Al palato più sontuoso e morbido, dal tannino meno presente, ma meno elegante, poichè dalla freschezza contenuta, anche se sempre sapido e lungo, in un finale leggermente amaricante.

Rkatsiteli 2018 – Brother Khutsishvili

Uve 100% Rkatsiteli (della regione di Kakheti). Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affinato in acciaio per ulteriori 6 mesi.

Ambrato, consistente. al naso meno dolce, vira subito verso le erbe officinali e mi ricorda gli effluvi curiosi di un armadietto dei medicinali; segue poi la frutta sciroppata e secca, la resina, il caramello scuro. Al palato più tannico, impegnativo per le note nette di resina e rabarbaro che invadono la bocca. Sempre fresco, ma meno sapido, chiude lungo in un finale leggermente ammandorlato.

Rkatsiteli 2018 – Vellino

Uve 100% Rkatsiteli (della regione di Kakheti). Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affinato in qvevri per altri 12 mesi.

Colore e corredo olfattivo che si discosta molto dai precedenti. Giallo dorato carico. Al naso emerge il pompelmo molto maturo, la salvia, il miele d’agrumi, la scorza di limone e lo zenzero canditi. Anche in bocca sorprende: molto rispondente, soprattutto nelle note di zenzero e agrumi, decisamente fresco, sapido, meno tannico, chiude in un finale molto lungo, pulito, che lascia una bocca buona.

Mitsvane & Rkatsiteli 2017 – Vellino

Uve 50% Mitsvane, 50% Rkatsiteli. Macerazione sulle bucce per 4 mesi.

Color aranciato scuro, molto constente. Al naso ritorniamo al mondo dei passiti: albicocca e dattero secchi, carrube, miele di castagno, frutta secca da guscio, soffio balsamico. Molto imponente in bocca, dove subito torna la frutta secca e il miele di castagno, il potente tannino, la grande sapidità e freschezza. Molto lungo in un finale lievemente amaricante.

Kisi 2017 – Brother Khutsishvili

Uve 100% Kisi. Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affinato in acciaioi per altri 6 mesi.

Colore decisamente orange, consistente. Naso sorprendente:e molto complesso: rabarbaro, china, corteccia, metallo, smalto; poi frutta secca da guscio, erbe officinali, miele di castagno. Al palato sapido, meno fresco, tannico, molto sorprendente, per le note di smalto che si ripropongono nette in un finale persistente.

Saperavi 2017 – Brother Khutsishvili

Uve 100% Saperavi. Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 6 mesi. Affinato in acciaio per altri 6 mesi.

Rosso porpora scuro, impenetrabile, consistente, unghia porpora. Naso molto intenso, giovane e fruttato di frullato di mirtilli, uva fragola molto netta, fragoline di bosco, rosa rossa, caramelle ai frutti di bosco, violetta, incenso, smalto. Setoso al palato, avvolgente, fresco, sapido, molto rispondente e lungo, in un finale che lascia, netto, un buonissimo sapore di uva fragola.

Il colore del Saperavi

Saperavi Qvevri 2019 – Napheri

Uve 100% Saperavi. Vinificazione in qvevri con macerazione a contatto con le bucce per 4 mesi. Affinato in qvevri.

Colore più scuro, inchiostro, consistente. Naso più dolce, ma anche più cupo: mirtillo e mora maturi, poi pepe rosa, geranio, iris, smalto, lieve liquirizia. In bocca tornano nette la liquirizia e la mora, in un sorso sapido, vellutato, grazie ad un tannino ben presente ma addomesticato, che finisce, lungo, in un finale lievemente amaricante.

Saperavi 2018 – 8Millennium

Uve 100% Saperavi. Fermentazione alcolica spontanea in qvevri, seguita da 6/7 mesi in anfora senza travasi; separazione dalle fecce e affinamento ulteriore in qvevri per altri 12/14 mesi.

Rosso porpora scuro, unghia porpora, consistente. Naso intenso, particolarissimo, speziato di incenso e pepe rosa; poi smalto, cipria, blush; segue poi la mora, la rosa, la liquirizia, la canna di fucile. Al palato è potente, i tannini sono setosi, rendono la beva avvolgente, ben supportata dall’immancabile freschezza e sapidità. Finisce lungo in una bocca speziata.

Saperavi 2017 – 8Millennium

Uve 100% Saperavi. Fermentazione alcolica spontanea in qvevri, seguita da 6/7 mesi in anfora senza travasi; separazione dalle fecce e affinamento ulteriore in qvevri per altri 12/14 mesi.

Rosso più scuro, inchiostro, impenetrabile, consistente. Naso più ‘convenzionale’ e maturo: mora, mirtilli, canna di fucile, rabarbaro, smalto e canna di fucile. I tannini sono decisamente addomesticati e al palato è morbido, caldo, meno fresco ma sempre sapido. Finisce lungo lasciando un buon ricordo di mora matura.

Saperavi 2018 – Vellino

Uve 100% Saperavi. Macerazione in qvevri, affinamento in acciaio per 6 mesi.

Decisamente inchiostro, impenetrabile e consistente. Naso ancora diverso, sorprendente: note ferrose, ma miste a melagrana, granatina, mirtillo, fusi a smalto, immersi in un fumo d’incenso. Al palato morbido, potente, caldo, di corpo, sapido, persistente in un finale che sa di mirtillo, condito da un pizzico, minimo, di residuo zuccherino.

Saperavi 2017 – Abdushelishvili

Uve 100% Saperavi. Vinivicazione a contatto di bucce e raspi; affina in qvevri per 24 mesi.

Inchiostro, impenetrabile, consistente. Naso dolce, suadente: more e mirtilli molto maturi e in caramella, liquore al cassis, amarene, un leggero cioccolatino boero, incenso, leggero balsamico e corteccia. Al palato tannico, molto saporito, presenta una mora matura netta e finisce molto persistente.





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