La giustizia romana rischia di morire davvero


Una bara di legno portata a spalla. E al posto del nome del morto la bilancia della legge incisa. Visto che non era bastata la protesta dei codici lasciati sulle scale del Palazzaccio, gli avvocati romani a giugno avevano alzato il tiro e inscenato un flashmob a carattere macabro per denunciare la paralisi del settore: il funerale della giustizia. Gli slogan: ”Si è spenta la giustizia”, ”Non ti posso difendere”, ad ucciderla ”le misure prese dal governo per il lockdown”. Ma come sta ora la giustizia? Qualcosa è cambiata nelle ultime settimane? Lo abbiamo chiesto a Antonino Galletti, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, fine giurista, e pur di catturare l’attenzione delle istituzioni e dei media ideatore della protesta.
”La giustizia sopravvive a stento”, attacca Galletti, ”Col rischio di trascinare nel baratro innanzitutto l’avvocatura”.

Come affrontare allora la seconda ondata Covid?
“La seconda crisi era purtroppo prevedibile. I sistemi di telematica sono in corso di implementazione, ma non ancora sufficienti soprattutto nel penale e nei giudizi dinanzi al giudice di pace. Ecco dunque che dalla tragedia poteva nascere, come si dice facendo di necessità virtù, un’occasione di modernizzazione del sistema che finora però non è stata colta”.

Cosa non ha funzionato nella prima fase dell’emergenza e cosa sta mettendo in difficoltà la seconda?
“Purtroppo manca ancora una programmazione ed un protocollo nazionale. Non è più possibile delegare le responsabilità in sede decentrata ai capi dei singoli uffici giudiziari. La giustizia deve essere amministrata in modo uniforme sul territorio nazionale anche dal punto di vista organizzativo e gli Ordini non devono essere soltanto “sentiti” come prevede oggi il legislatore, ma devono fare parte del procedimento decisionale. Per evitare poi aberrazioni come la diffusione di decine di linee guida diverse, una per ogni ufficio, che alla fine abbiamo visto a Roma arrivare a pesare otto chili di carte”.

Che dati sono emersi nel monitoraggio nelle aule e nelle cancellerie attivato dal vostro Ordine a piazzale Clodio?
“E’ emerso che proprio adesso che lentamente si stava ripartendo, cominciano a registrarsi nuovi casi col rischio di nuove chiusure”.

Coi processi fermi per mesi e le difficoltà di accedere anche nelle cancellerie ci sono avvocati in grave crisi, anche economica. Sono stati messi in campo sostegni?
“I sostegni ci sono stati per i redditi più bassi per i soli mesi di marzo, aprile e maggio, ma sono insufficienti e, soprattutto, la crisi ha colpito tutti in modo trasversale”.

Perché la giustizia è sembrata la cenerentola nella ripresa del Paese?
“La giustizia e la scuola sono state indietro nella ripresa, laddove avrebbero dovuto essere i primi servizi ad essere garantiti dallo Stato. Non è più tollerabile una disattenzione simile. I cittadini che hanno processi rinviati di mesi o di anni finalmente se ne accorgono e protestano insieme a noi”.

Eppure ci sono avvocati anche di spicco (come anche in altre categorie di professionisti) che si dichiarano negazionisti e contrari alla mascherina, tant’è che non la indossano. Cosa direbbe loro?
“Direi loro che il virus sembra essere vendicativo e anche a livello politico pare che stia colpendo tutti coloro che ne hanno negato l’esistenza o ridotto la portata. Dunque, meglio non sottovalutare il fenomeno e sopportare la mascherina ed i dispositivi di precauzione e protezione, usando il buon senso e la buona educazione”.

Sono stati presi provvedimenti per i due colleghi che avrebbero circolato nei corridoi del tribunale nonostante fossero positivi?
“I casi sono stati oggetto di segnalazione alla Procura della Repubblica e ai nostri organismi disciplinari interni, ma aspettiamo di verificare come sono andati effettivamente i fatti, senza esprimere giudizi affrettati”.

A proposito lei di fronte alle notizie circolate al riguardo aveva scritto che a Roma ci sono 26.250 avvocati e che non avrebbe accettato strumentalizzazioni.
“Sì, ho ricordato il numero e ho anche definito eroici gli iscritti all’albo. Tanti, infatti, sono gli avvocati romani che ogni giorno, con coscienza, prudenza e senso di responsabilità, contribuiscono al funzionamento della malconcia giustizia capitolina, garantendo senza interruzioni i diritti e le libertà di ciascuno. Se i fatti contestati ai due colleghi saranno confermati, interverranno con immediatezza i nostri organi di disciplina interni. Ma vogliamo anche evidenziare il massimo impegno dell’avvocatura romana per garantire la prosecuzione delle attività giudiziarie, osservando scrupolosamente tutte le prescrizioni e le precauzioni contro la pandemia. Rivendico con orgoglio che l’Ordine forense capitolino è stato il primo a realizzare, senza oneri per la collettività, campagne di screening e di sensibilizzazione di massa sui propri iscritti. L’Ordine poi ha contribuito a potenziare le strutture minime dei Tribunali, finanche attribuendo personale in gran numero per risolvere le criticità più evidenti e mettendo a disposizione proprie risorse umane per la formazione del personale amministrativo per incentivare l’uso dei sistemi telematici che devono essere incrementati e potenziati. Gli avvocati non hanno alcun particolare piacere a recarsi nelle cancellerie e ne farebbero volentieri a meno, se solo l’amministrazione avesse fornito la possibilità di eseguire tutti gli adempimenti da remoto come avviene da tempo negli altri Paesi civili”.

Che fare allora?
“Ci si augura che nessuno voglia strumentalizzare una situazione delicata per rivendicare provvedimenti abnormi come la chiusura degli uffici giudiziari o l’adozione di misure ulteriormente restrittive. L’unico effetto sarebbe quello di mettere a repentaglio ed in quarantena diritti e le libertà dei cittadini”.



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