Partenope e Napoli: storie e leggende


La storia delle origini di Napoli risale al V secolo a.C., quando giunsero nel golfo un gruppo di coloni provenienti da Cuma. Fu fondato il primo nucleo abitativo della città chiamato Parthenope (da partenu-opxis volto di fanciulla, vergine), dal sepolcro della giovane sirena ubicato, secondo i testi antichi di Strabone e Plinio il Vecchio, sull’isola di Megaride, dove poi verrà sepolta Santa Patrizia.

Perché viene scelto il nome di Partenope? Le origini del nome si fondono tra storia e fantasia e danno vita a tre miti ed una leggenda:

Il mito delle sirene:

Le sirene ci vengono descritte come creature infernali di aspetto femminile e suadente, con corpo di uccello (nell’immaginario greco) o di pesce (nell’iconografia cristiana medioevale) dotate di una voce incantevole che con il loro canto melodioso, seducevano le orecchie dei viaggiatori al fine di ucciderli. La loro natura mostruosa era dovuta al castigo inflitto dalla Dea Cerere (Dea della fertilità) sulle ancelle a seguito di Proserpina, quando questa fu rapita da Plutone per potarla nell’Oltretomba. Le giovani fanciulle furono trasformate in sirene terribili, condannate ad incantare gli umani senza ricevere amore.

Il nome sirena proviene molto probabilmente dal greco seirios (bruciante, ardente) e veniva attribuito alle divinità demoniache delle acque che operavano nelle ore più calde del giorno nell’area del Tirreno, vicino alle coste campane. Qui anticamente sorgeva il Tempio delle Sirene, in corrispondenza del Lago D’Averno, che nell’immaginario mitologico divenne la Porta degli Inferi, luogo in cui le sirene, con il loro canto funereo dirigevano le vittime al sopraggiungere della morte.

C’è un luogo in mezzo al mare, a Positano, battuto dalle correnti e dalle onde, un tempo pericoloso per i naviganti che potevano trovarvi la morte. Lì, su quegli scogli che oggi sono noti come Li Galli, che gli antichi chiamavano Sirenussai (gli scogli delle sirene), dimoravano queste creature con il volto bellissimo e il corpo di uccello.

Il mito classico di Partenope:

Secondo il mito classico di Apollonio di Rodio le tre sirene Partenope, Ligea e Leucosia, vengono battute nel canto da Orfeo e per la disperazione si buttano in mare, dove si trasformano in scogli; Omero invece nel XII canto dell’Odissea narra che Ulisse, noto per la sua curiosità, volle ascoltare a tutti i costi il canto delle sirene.

Ligea voce dell’Oltretomba, Leucosia la bianca creatura e Partenope, la bellissima dal volto virginale, secondo la mitologia sono tre sorelle, figlie della Musa della Tragedia Melpomene e del Fiume Acheloo, il fiume più importante della Grecia, dotate del potere d’incanto e seduzione sugli uomini, potere che sarebbe terminato fino a quando un uomo le avrebbe respinte e di conseguenza condannate a morire per la vergogna.

Secondo la storia di Omero, Ulisse venne avvisato dalla maga Circe del potere nefasto delle sirene e per questo  prese delle precauzioni: ordinò ai suoi uomini di mettere tappi di cera alle orecchie e si legò all’albero maestro della sua nave vietando ai suoi uomini di slegarlo. In questo modo Ulisse non cadde preda delle dolci creature marine. Per il dispiacere di non aver ammaliato col loro canto, le tre sirene si suicidarono sugli scogli e i loro corpi vennero trasportati dal mare. Così Ligea finì a Terina (probabilmente nel luogo dell’attuale Nocera Terinese, in Calabria), LeucosiaPosidonia (nome antico di Paestum) e Partenope alle foci del fiume Sebeto, dove poi i Cumani avrebbero fondato Neapolis.

La sirena senza vita sarebbe approdata sull’isolotto di Megaride, nel luogo in cui oggi sorge Castel dell’Ovo. Qui il corpo di Partenope si dissolse, prendendo la forma della città di Napoli: la sua testa divenne la collina di Capodimonte e la sua coda si posò lungo la collina di Posillipo.

In suo onore le fu dedicata una corsa con le fiaccole, che si compiva ogni anno (le cosiddette Lampadedromie) e pare che proprio sull’isolotto fu eretta una statua di Partenope, mai ritrovata.

Così Partenope divenne la protettrice del luogo e diede il nome a quello che un tempo era un piccolo villaggio, dove oggi sorge Napoli.

A Napoli Partenope era venerata come dea protettrice e si sviluppò il suo culto matriarcale. La città mutò nome da Parthenope in Palepolis (città vecchia) ed infine Neapolis (città nuova), ma ancora oggi viene appellata come città partenopea e partenopei sono detti i suoi abitanti.

Il mito lo ritroviamo anche nei luoghi circostanti alla città, Capri è infatti considerata la terra delle sirene. Osservandola dal Golfo possiamo notare i tratti di un corpo femminile con il capo corrispondente al monte Tiberio e i fianchi in prossimità di monte Solaro.

Il mito di Partenope secondo Matilde Serao

Matilde Serao, scrittrice napoletana degli inizi del ‘900 e fondatrice del quotidiano Il Mattino, nel suo libro Leggende napoletane, narra della storia di  una ragazza greca che era innamorata dell’eroe ateniese Cimone. I due innamorati furono costretti a fuggire perché il padre di lei l’aveva promessa ad Eumeo. Fu così che approdarono nel golfo di Napoli e qui si stabilirono. In seguito furono raggiunti dalle loro famiglie e nacque così, il primo nucleo della città. Partenope diede alla luce 12 figli, diventando la madre del popolo napoletano, a cui tutti si rivolgono.

 “… Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene, … quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore.

( Matilde Serao)

Il mito di Partenope e Vesuvio

Un’altra leggenda di epoca più recente, diffusasi nel 1800, narra della sirena Partenope che abitava nel golfo di Napoli, che grazie allo zampino di Eros, s’innamorò perdutamente di un centauro di nome Vesuvio. Il loro amore fu contrastato da Zeus, il quale era a sua volta innamorato di Partenope, per questo decise di separare per sempre i due amanti. Trasformò Vesuvio in un vulcano, in modo che Partenope potesse solo vederlo e non toccarlo. La sirena distrutta dal dolore si uccise e il suo corpo fu adagiato dal mare sull’isolotto di Megaride e assunse le forme della città. Finalmente, poteva ricongiungersi a Vesuvio, sancendo per sempre un patto d’amore senza tempo.

La leggenda di  Partenope

La leggenda più facilmente conducibile alla realtà, narra di una regione greca che versava in una grave carestia. Per questo motivo il re cercò di salvare un gruppo di giovani, mandandoli per mare su navi senza provviste e senza mezzi, verso la Magna Grecia. Era un’usanza diffusa in Grecia, che in qualche modo dava una speranza di sopravvivenza ai giovani, che potevano iniziare altrove una nuova vita e giovava a chi restava perché diminuivano le bocche da sfamare.

Il viaggio era pieno di insidie e per questo Partenope, la più giovane delle tre principesse presenti sulla nave alla deriva, muore nel momento in cui approdano sulla costa napoletana. Il funerale di Partenope fu il primo atto sulle sponde della futura città, fu per questo che, come scrisse Gino Doria (scrittore e giornalista napoletano), sui volti dei giovani di Piedigrotta si scorgeva “un lievito di tragicità, un senso accorante di lugubre maliconia”. La stessa malinconia delle sue maschere più celebri: Pulcinella, Totò ed Eduardo.

Il culto di  Partenope

I primi templi tardo-greci dedicati a Partenope, sorgevano sull’acropoli di Sant’ Aniello a Caponapoli, il cui culto si tramandò fino in epoca romana. Noti e ben documentati erano i riti segreti praticati nelle cavità sotterranee di Napoli, dove si svolgevano antichi rituali esoterici dedicati alla fecondità marina, in memoria della sirena Partenope. Riti che si accompagnano a quelli fallici e dionisiaci presenti a Pompei e custoditi gelosamente in gran segreto, dagli antichi officianti maestri.

Che sia mito, fantasia o leggenda sta di fatto che nella realtà la tomba della bellissima sirena Partenope non è stata mai rinvenuta e invano si cercano le sue spoglie.

Con Partenope si venerò in epoca pagana la prima donna o per meglio dire la prima essenza femminile a Napoli, che alimentò la sacralità femminile prima dell’avvento di quella maschile, anche in epoche successive. In epoca cristiana il culto di Partenope si fuse con i culti mariani, in quanto la Partenope Vergine fu assimilata alla Madonna in un luogo sacro a Napoli: la Chiesa della Madonna di Piedigrotta, costruita sui resti di un’antica grotta dove si officiavano i rituali mariani che propiziavano la fecondità e l’abbondanza attraverso l’uso di riti fallici di natura orgiastica, dedicati al Dio Priapo.

Partenope e Marianna

Prima di trovare la sistemazione in Palazzo San Giacomo, la statua di Marianna a capa e’ Napule si trovava abbandonata in un cantone di Piazza Mercato, poi fu posta su di un piedistallo per volere di un anonimo cittadino nel XVIII secolo.

I napoletani avevano con lei un rapporto affettivo contraddittorio, sfogavano su di lei tutti i malumori di un popolo oppresso, poi tornata la calma rimediavano i danni riportati; durante la rivolta di Masaniello, del luglio 1647, nel periodo dei Viceré spagnoli, le venne rotto il naso. Un altro pericolo serio lo corse all’epoca della Repubblica Partenopea del 1799, stato satellite della Francia, invisa al popolo fedele a Casa Borbone, il quale la identificò con la Marianna” simbolo della Repubblica Francese, nome che le rimane tutt’ora; ma a salvarla fu quell’atavico e misterioso senso di rispetto dovutole che la faceva ritenere sacra. Infatti, era, 20 secoli prima, parte di una statua che rappresentava la sirena Partenope.

Dove è sepolta Partenope?

Non si sa dove possa essere la sua tomba, (vera o leggendaria), studiosi e archeologi hanno creduto di localizzarla sulla collina di Sant’Aniello a Caponapoli, sotto le fondamenta della chiesa di Santa Lucia, costruita sul tempio dedicato a Partenope o sull’isolotto di Megaride, nel sotterraneo di Castel dell’Ovo.

 Partenope e la leggenda del 1 aprile

Una tradizione marinaresca nostrana vuole che fosse vietato uscire in mare il 1 aprile, giorno in cui la sirena Partenope avrebbe trasformato, per gioco e scherzo, i marinai in pesci. Nasce da qui la tradizione nostrana del pesce d’aprile, che a Napoli diventa anche dolce di cioccolato proprio per compensare i pescatori del mancato bottino nel giorno sconsigliato dalla leggenda per recarsi a pescare. Una leggenda di cui si legge traccia in Napoli nobilissima di Benedetto Croce ma anche in Feste e tradizioni popolari della Campania di Roberto de Simone.

Partenope e la pastiera

La pastiera napoletana è un dolce tipico, che viene preparato in prevalenza per festeggiare le festività pasquali.

Le origini della pastiera sono molto antiche e si dice che in tempi lontani, venisse preparata per accompagnare le feste pagane che celebravano il ritorno della primavera.

A questo dolce sono legate diverse leggende, tra cui una legata alla sirena Partenope: si narra che questa affascinata dalla bellezza del Golfo di Napoli, decise di stabilirsi li e con l’arrivo della primavera onorava le genti con il suono del suo canto; questi per ringraziarla le fecero 7 doni portati da sette fra le più belle fanciulle dei villaggio: la farina (forza e ricchezza della campagna), la ricotta (omaggio di pastori e pecore), le uova (simbolo della vita che si rinnova), il grano tenero bollito nel latte (che rappresenta i due regni della natura), l’acqua di fiori d’arancio, per renderle omaggio con i profumi della terra; le spezie, in rappresentanza dei popoli più lontani del mondo; infine il miele (lo zucchero), per esprimere l’ineffabile dolcezza profusa dal canto di Partenope.

A questo punto vi sono due versioni diverse sulla nascita del dolce: una dice che fu proprio per mano di Partenope che, mescolando questi 7 ingredienti, creò la pastiera, dall’altra parte il merito della creazione viene attribuito agli dei.

In molti mettono in relazione la leggenda di Partenope e della pastiera napoletana con il culto di Demetra, dea del grano e della fertilità della Terra, e nume patrio della Neapolis greco-romana al pari di Apollo e dei Dioscuri Castore e Polluce. Secondo alcune ipotesi il dolce pasquale faceva parte di quel ricco ventaglio di offerte votive portate in processione dalle sacerdotesse pagane, un’usanza solo successivamente tramandata nella tradizione cristiana.

Partenope in città

Sono molte le rappresentazioni di Partenope, molti gli artisti che nei secoli l’hanno ritratta. Ancora oggi è possibile vederne una splendida scultura al centro della Fontana  della sirena che si trova a Piazza Sannazzaro. Partenope si erge fiera e bellissima su un gruppo marmoreo, in una mano la lira, l’altra mano tesa verso l’alto.

Sulla sommità della facciata del Teatro San Carlo c’è un gruppo scultoreo che si chiama la Triade di Partenope, che secondo il mito era la sirena che incoronava musicisti e poeti.

La fontana di Spinacorona o delle Zizze ha come soggetto la sirena  che è in procinto di spegnere le fiamme del vulcano Vesuvio con l’acqua che le sgorga dai seni (il tutto è spiegato in una lapide di marmo con l’incisione Dum Vesevi Syrena Incendia Mulcet): la rappresentazione sta ad indicare che la bellezza di Napoli impedisce al Vesuvio di sommergerla nelle sue fiamme.

Curiosità

La sirena emblema della musica e del canto non poteva che ispirare musiche e canzoni. Nel XVII secolo viene composta La Partenope, musica di Luigi Mancia (Manzo) su un libretto di Silvio Stampiglia che avrà una fortuna tale da essere musicato, con piccoli interventi, da decine di musicisti per oltre un secolo: Sarro, Vinci, Hasse, Handel e tanti altri. Persino il maestro Ennio Morricone ha composto un’aria dal nome Partenope, nel 1996, su libretto di Guido Barbieri e Sandro Cappelletto.

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